radici_nodoHo appena letto Passavamo sulla terra leggeri, l’ultimo romanzo del grande Sergio Atzeni, pubblicato postumo ormai più di vent’anni fa. Devo confessare che l’avevo tenuto, come si dice, in stand-by per qualche tempo, pensando che si trattasse di una storiella un po’ epica e melensa del popolo Sardo. E all’inizio mi pareva che andasse proprio così, quando parlava dei danzatori e dei primi colonizzatori delle coste. Ma pian piano ho capito dove voleva arrivare. Questo libro non è una storia, ma un invito a conoscerla, la Storia. È un atto d’accusa nei confronti di chi, compresi molti sardi, ha impedito ai sardi stessi di conoscere le proprie origini, le vicende che hanno formato le culture, le lingue, i caratteri che sono unici e complessi. E, pensando al vecchio adagio che vuole che la storia la scrivano sempre i vincitori, si capisce come mai nelle scuole sarde non sia mai stata introdotta la materia La nostra Storia, da affiancare alla Storia stentorea ed eclatante che tutti ci onoriamo di conoscere.

Proviamo a chiedere, in una di quelle interviste tipo “le iene”, a un sardo che esce dal mercato o da un centro commerciale se ha idea di chi fosse Nerone, Cavour, Garibaldi, Alessandro Magno. È probabile che molti rispondano correttamente: d’altra parte è dalle prime classi delle elementari che ci martellano con questi personaggi e le loro gesta. Proviamo ora a chiedere di Eleonora d’Arborea, di Giò Maria Angioy, degli Stamenti, dei Giudicati, dell’origine di Alghero. C’è da immaginare una risposta unica: “boh!”, forse con poche eccezioni. Ma non è colpa di chi “non si è informato”, è semplicemente una lacuna voluta dai programmi didattici, una parte della storia che non è mai entrata nei libri di scuola. E lo stesso vale sicuramente per le altre comunità italiane che sono state oggetto di conquista, basti pensare a tutte le “tribù” degli Appennini che furono sottomesse dalla Roma in espansione. Tutti hanno una propria storia da raccontare, tramandare, difendere. La Sardegna ancora di più, data la lontananza fisica e linguistica dalla cultura egemone.

Una possibile riforma illuminata della scuola dovrebbe inserire la “storia locale” come materia istituzionale a sé, privilegiando con una sorta di lente d’ingrandimento i fatti e le persone da cui discendiamo, di cui essere orgogliosi o di cui provare vergogna, e insegnarci, anche se proveniamo da altre regioni, il lungo cammino della civiltà della terra che ci ospita. Questo percorso lo si fa già a titolo sperimentale in alcune scuole, grazie all’impegno gratuito di insegnanti intelligenti e preparati, e i risultati sono sorprendenti, in termini di interesse e profitto, dato che si parla di noi stessi, dei nostri antenati, insomma della nostra storia, e diventiamo tutti un po’ custodi del tempo. (L.M.)

Il brano che segue è la pagina di Sergio Atzeni che ha dato origine a queste ovvie meditazioni.

I giudici vivevano nelle grotte. Non erano affatto di pelle nera, come potrebbe pensare chi credesse alla strana cucina savoiarda della verità storica. Non erano di pelle nera, non parevano affatto discendenti dei mauri. Erano irsuti, armati e coperti di pelli come quelli che avevano combattuto i romani. Lo storico savoiardo preferiva spezzare la storia del popolo che dalla notte del tempo occupa questa terra e negli ultimi venti secoli ha dovuto vedersela con ospiti di tante etnie che hanno preteso d’essere i padroni.

Forse lo storico savoiardo desiderava che lo zelo fosse notato in alto loco, così che qualcuno della capitale lo ripescasse, lo salvasse dall’isola insalubre e soprattutto dagli strani studenti che durante le lezioni lo guardavano fisso come fosse un cane con tre teste e fra loro parlavano sette dialetti diversi, uno dei quali pareva castigliano antico. Gli studenti non capivano una parola dell’italiano savoiardo, o fingevano di non capire, cafoni e maleducati. Uno studente, una bestia di Ierzu, tirò un calamaio, con mira perfetta, e colpì lo storico savoiardo proprio in mezzo alla fronte, lo storico barcollò, si impiastrò, balbettò. Dovette mandare l’abito a lavare. La bestia di Ierzu, Nino Lobina, fu espulso da tutte le università del regno e condannato a cinque anni di lavori forzati. A chi chiese il perché del gesto rispose: «Quel babbasone diceva soltanto tonterias».

Gli storici savoiardi tentavano di spezzare il filo che lega la sovranità dei sardi alla terra dei sardi; volevano dimostrare che quella sovranità era stata perduta più e più volte, fin da epoche antichissime; volevano dimostrare ch’eravamo “terra dell’impero”, era l’unico elemento che giustificasse, secondo una distorta concezione del diritto, l’usurpazione savoiarda del titolo di re di Sardegna.

Gli storici savoiardi volevano fare credere agli studenti sardi d’essere fenici o punici, mirmilloni o mauri. Non sardi. Per gli storici savoiardi era meglio che i sardi immaginassero di non esistere. Meglio pensassero di essere figli di una patria che non sapevano neppure dove fosse.

«In Barbaria, però, ci facevano nascere» disse Cosimo Saba, custode del tempo negli anni di Bacaredda. «In Mauritania, non a Alesia, non sul Reno. Negri ci facevano nascere, non bianchi».

«I Savoia sono diventati re grazie a un falso, incoronati da chi non aveva alcun potere di incoronarli, la loro regalità è falsa, come si vede bene dai loro atti» disse Giusto Lussu di Armungia, custode del tempo.

Con sistemi banditeschi i villaggi sui monti, indifferenti agli storici e alle leggi savoiarde, hanno conservato i più estesi demani dell’isola e d’Italia. Ancora oggi i monti dove si rifugiò Mir sono proprietà collettiva degli uomini sardi liberi che li abitano, organizzati in comuni.

La storia talvolta non è il campo della verità, disse Antonio Setzu.”

(Sergio Atzeni: Passavamo sulla terra leggeri, Mondadori 1996)

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