1963-646-Grandes-Jorasses-2“La notte è eterna. L’alba si preannuncia livida e opaca. Sotto, il ghiacciaio di Leschaux è ingoiato da un fitto mare di nubi. Sopra, altissima, una densa cappa preme sulla montagna. Le Aiguilles Vertes e il Dru sono fantasmi lontani. Abbiamo voglia di scappare, abbiamo paura, e siamo solo a centotrenta metri dalla vetta. Che sarebbe di noi se ieri non avessimo raggiunto questo punto? Un brivido di terrore segue questa mia riflessione e un barlume di speranza si accende subito dopo nel cuore. Riprendiamo la scalata. La bufera è un crescendo continuo. I piedi e le mani in certi momenti sembrano rifiutarsi di obbedire. Eppure dobbiamo superare questo ultimo ostacolo. È qui che la volontà si rivela più forte degli elementi scatenati. Vogliamo assolutamente arrivare, vogliamo assolutamente salvarci. Le mani non accarezzano più gli appigli, ma li stringono come morse. La nostra non è più una semplice arrampicata, ma un disperato desiderio di sopravvivenza. Ecco la cornice nevosa della vetta. Ancora trenta metri di rocce saldate dal gelo, poi una placca di granito liscio frangiata di brina. Le mani mi s’incollano sopra la roccia. Stringo i denti dal dolore, compio un ultimo acrobatico volteggio e finalmente sopra il mio capo appare un gigantesco ricciolo di neve. il lato sinistro ha una trasparenza verdastra Cerco di romperlo per uscire fuori, ma una raffica di vento mi acceca. Quasi a occhi chiusi, con le palpebre incollate dal ghiaccio, alzo la piccozza e la conficco al di sopra della cresta. Un attimo dopo mi rotolo dall’altra parte: sono sulla vetta delle Grandes Jorasses.” (Walter Bonatti, 1963)

Da “Questi sette terribili giorni che avevo sempre sognato”, Epoca, 10 febbraio 1963, n. 646, articolo-diario scritto subito dopo l’avventura.

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