TelevisioniStraccione

Solo in Italia poteva capitare. Nella nazione con le leggi più restrittive in campo radiotelevisivo improvvisamente nelle città cominciano a spuntare antenne trasmittenti. Ci fu un giorno in cui scoprii che la mia radio FM, oltre alle solite tre stazioni radio riceveva altri canali: le radio libere. Tre, quattro, dieci, una sull’altra. Alcune addirittura in stereofonia, cosa che la RAI ancora non faceva.

Dj improvvisati dalla voce impostata, musica banale, scherzi e telefonate in diretta, interviste e conversazioni stentate in mezzo a cigolii di porte, rumore del traffico della strada, caduta improvvisa del segnale per interi minuti o per giorni: “abbiamo avuto difficoltà tecniche”. In seguito per il mio hobby mi trovai a visitare quelle stazioni radio: locali fatiscenti affittati nella parte alta della città, con un trasmettitore da poche decine di watt, un giradischi, microfoni, cuffie, un tavolo quadrato, cicche di sigarette, bottiglie vuote della birra locale, lo scotch alle finestre per attutire i rumori esterni. Ragazzi e ragazze impegnati nella loro missione: dare libertà alla radio, dare voce alla libertà. Un tecnico, anch’egli improvvisato, che passava metà del suo tempo a cercare di impedire che “i finali” saltassero e che l’antenna sul tetto crollasse.

Non si trattò di una legge illuminata e progressista, ma dell’effetto inaspettato di una sentenza della corte costituzionale che, per sanare una vicenda legata all’attività di certi radioamatori un po’ pirati, di fatto aprì le porte, anzi le spalancò, alle trasmissioni a carattere locale. Di lì a pochi anni arriveranno anche le televisioni. Libere, fresche, straccione, colorate.

Ci si arrabatta con antenne improvvisate e si inseguono i passa-parola, per provare l’ebbrezza di una trasmissione fuori protocollo. In effetti tutto è fuori protocollo in quelle prime trasmissioni locali: telecamere che fanno la scia, colori cangianti, presentatori dai volti lucidi e dai movimenti impacciati, cameramen e registi da mal di mare, microfoni che gracchiano. Più che televisione sembra un teatrino che la imita, una recita di famiglia sullo sfondo di un lenzuolo e di una pianta di ficus. In primo piano due sedie per il dibattito, e per catturare l’audience il passaggio goffo di qualche bellezza locale, in veste di presentatrice o di valletta. Possibilmente conosciuta in città: “Hai visto chi presenta a Telenova? la commessa dell’Eurostyl! e nella sigla finale balla!” e tutti a correre all’Eurostyl per vederla di persona, e poi la notte a cercare di sintonizzare Telenova. Ma la trasmissione va e viene, è piena di riflessioni, non resta ferma un attimo, è difficile dire se sia lei o un qualunque altro fantasma, e non c’è nessuna sigla finale perché la trasmissione finisce bruscamente e appare un monoscopio, anch’esso fantasmatico.

Ho amato molto quella televisione, anzi devo dire che mi sono formato proprio con quella, nella quale dovevi concentrarti sul messaggio, e non sugli errori e tutti i problemi. Eravamo tutti tranquilli, sia noi che guardavamo, sia loro che a poche centinaia di metri trasmettevano: niente era da prendere troppo sul serio, anche se un film si interrompeva a metà, o se dopo il primo tempo seguiva il secondo tempo di un film differente. Tanti protagonisti attuali del mondo perfetto della televisione berlusconiana si sono formati allora, inventando e sperimentando allegramente davanti a pochi intimi.

La cosa durò pochi anni, forse cinque in tutto, poi arrivarono altre leggi e gli interessi dei capitalisti, e quasi tutte le televisioni libere chiusero, vennero assorbite, diventarono parte di network. La tranquilla televisione stracciona lasciò definitivamente il campo alla TV commerciale, assettata di audience, incalzante e ansiogena.

(P. P. Alberigi, illustrazione di Enrica)

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