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Ogni anno, alla fine di gennaio, o comunque appena si comincia a parlare del festival, mi ricordo di quel Sanremo. Quello in cui Luigi Tenco si recò con una pistola in valigia e la sua canzone più brutta, nell’estremo tentativo di dimostrare che i ragazzi italiani potevano cambiare, potevano abbandonare i papaveri e le papere, le lacrime sul viso e i gorgheggi dei tenorini, e passare oltre, verso la musica folk e tutto ciò che nel resto del mondo era già una realtà. Fu un doppio suicidio. Il primo perché nel 1967, col festival saldamente in mano a Gianni Ravera, l’indiscusso patron del rilancio commerciale, per poter gareggiare bisognava rinunciare alla propria personalità e accettare le condizioni. Come oggi d’altronde. Queste condizioni riguardavano ogni dettaglio, dall’aspetto fisico (vedi i capelli di Antoine) agli abbinamenti tra gli artisti, fino ai dettagli della canzone. Quella che fu presentata da Tenco era una ballata su un contadino costretto a fare i conti col progresso, a lasciare il mestiere di sempre per trovarsi proiettato in un mondo “che sa tutto”. Lo costrinsero a cambiare il titolo e ad aggiungere il ritornello “ciao amore ciao”, che non c’entrava niente, per renderla più sanremese, orecchiabile, vendibile. Noi che amavamo Tenco restammo perplessi al primo ascolto: non riconoscevamo l’autore di tante belle poesie, ultima tra tutte quella che accompagnava la sigla televisiva di Maigret: un giorno dopo l’altro che tutti canticchiavamo e strimpellavano alla chitarra, ripetendo il semplice arpeggio fatto di tre accordi e cercando di imitare la sua voce bella e dura da uomo adulto. Sì, fu un vero suicidio, da disperati, andare a confrontarsi con le pessime performances di Modugno (Sopra i tetti azzurri del mio pazzo amore), di Gian Pieretti (o Gianpieretti? Pietre) e via discorrendo, con una canzone in cui sicuramente neppure lui credeva. La presentò la sera del 27 gennaio e fu subito bocciata, ed era quello che Luigi voleva, e gli permise di estrarre la pistola dalla valigia e fare la sua uscita, quasi tra le braccia di Dalida e del giovane barbuto Lucio Dalla, che invece aveva già imparato a muoversi nell’ambiente della discografia italiana.

Per chi ama fare un tuffo indietro, per capire l’orrore di quei giorni, abbiamo preparato tre estratti di Epoca che rispecchiano puntualmente la sensibilità dell’opinione pubblica, prima durante e dopo quei drammatici giorni. Non manca l’allusione al numero 17, casualmente il numero d’ordine della manifestazione in quell’anno, né i tentativi di liquidare con un po’ di psicologia fai-da-te la spinta all’annientamento del giovane cantautore. Evidentemente troppo sensibile, evidentemente disadattato. (Mister X)

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