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Pochi giorni fa a Cagliari c’è stato il Giocomix, la fiera del fumetto, Oltre a professionisti e curiosi c’erano tanti adolescenti, autentici nerd che si occupano di problemi esistenziali e associano la loro personalità ai disegni e le vicende di supereroi, vampiri, maghi e streghe. Si aggiravano con parrucche colorate vestiti da cosplayer ed io ne sono rimasta totalmente ammirata. Per quella parte di loro che tenta di andare in direzioni diverse. 

Ci sono stata tutto il giorno, ho partecipato a 4 workshop e conosciuto fumettisti straordinari. Due tra i workshop sono stati molto interessanti: quello tenuto da Roberto Baldazzini  che ha parlato della sua professione raccontando una passione, il feticismo e la costanza legata al piacere. Ha raccontato di quanto sia stato utile copiare, ricalcare dalle foto per acquisire le regole dell’anatomia e le proporzioni e di come ha imparato a colorare con l’aiuto di un’amica. Parlando del lavoro su commissione ha raccontato della campagna Tim  e di come, con le furberie dello staff d’agenzia siano riusciti a manipolare i suoi disegni per tagliare i costi di produzione, appiattendo il colore o il tratto con i metodi low cost della pubblicità “maggiore resa con minima spesa”. Ancora mi chiedo dove vadano questi soldi risparmiati tagliati ai professionisti ma questo è un altro discorso. Quello che mi è dispiaciuto è che la comunicazione creativa di cui si avvale la pubblicità, quindi illustratori, fumettisti, artisti, scrittori, registi viene da questi snobbata come se la pubblicità fosse l’ultima spiaggia, quasi perdere la dignità professionale e umana. E se è vero che ora possiamo arrivare a risultati mediocri ma soddisfacenti attraverso i software, qualsiasi grafico può ricavarsi un’icona pop, credo che esista qualcosa di molto più importante, che renderebbe tutti più sereni: riconoscere il lavoro di un professionista, servirsene, valorizzarlo senza renderlo un orfano senza paternità e dignità.

Il secondo workshop a cui ho partecipato era di una mangaka (termine imparato e subito sfoggiato) giapponese di nascita ma in Italia da tanti anni Keiko Ichiguchi. Anche lei come Roberto è un’autodidatta, non conosce l’anatomia – motivo per cui il fumetto europeo condanna quello giapponese – ma indossa i guanti bianchi senza dita per disegnare e non sporcare il foglio e ovviamente io le ho voluto un gran bene per questo. È delicata, timida e mentre disegna con la webcam puntata addosso si chiede se per noi non sia noioso osservarla. Per fare dei tratti lunghi senza tremare occorre tenere il pennino fermo con forza per tavole e tavole sino a farle sanguinare il dito medio che ora storto ci mostra con dolcezza chiedendo scusa per il gesto. Mi viene in mente subito Mimi Ayuara con le catene ai polsi durante gli allenamenti di pallavolo. Guarda anche due film al giorno per studiare le inquadrature e trovare spunti per i suoi soggetti, adora il rumore del pennino che solca la carta, anche lei ci racconta di quando arriva in Italia e tentano di non pagarla perchè non prende accordi sulla remunerazione con l’editore che le commissiona il lavoro e anche qua mi dispiace per lo stesso motivo della pubblicità.

Queste giornate come quella trascorsa al Fruit di Bologna l’anno scorso oltre a mostrarmi nuovi punti di vista mi fanno star bene perchè ho la conferma che esistono persone che credono nel loro Dio interiore e caparbiamente impongono la loro volontà, il loro punto di vista, conoscono le risposte.

Enrica

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