450px-Garamond_type_ft-ligatureBisogna far parte degli “addetti ai lavori” per conoscere i nomi di Don Knuth e di Leslie Lamport. Nella storia dell’editoria scientifica, quella piena di formule, tabelle e caratteri strani, esiste un “prima” e un “dopo” questi due signori, così come nell’editoria elettronica esiste un “prima” e un “dopo” Steve Jobs, seppure con spinte e motivazioni differenti.

Di Jobs sappiamo praticamente tutto, il successo commerciale e le grandi sfide tecnologiche, la sua immensa ricchezza, la sua filosofia. Vorrei parlarvi degli altri due. Prima arriva Donald Knuth, matematico, docente di informatica presso la Stanford University. Don Knuth coltiva tra l’altro l’arte della tipografia elettronica, e si mette in testa di aiutare i colleghi matematici a preparare i loro articoli e a scrivere i loro libri. Il risultato è il linguaggio TeX, un sistema completo per l’editoria, rivoluzionario in quanto perfetto già da subito, indipendente dal computer usato e dal dispositivo da cui uscirà il prodotto stampato, sia una stampante da ufficio, sia una macchina tipografica ad altissima risoluzione. Chi compone il testo deve solo preoccuparsi di dichiarare come vuole che venga stampato, e dovrà descrivere equazioni, tabelle, matrici con un linguaggio semplice e facile. Al resto pensa TeX, un vero tipografo elettronico in grado di trattare con font, legature, giustezze, crenature, numeri di pagina, testatine e tutto il resto. Basta sfogliare una rivista scientifica dal 1980 ad oggi per rendersi conto della qualità dei risultati.

A Lamport dobbiamo il passaggio successivo: LaTeX, che ha avvicinato TeX all’utente aggiungendo facilità d’uso e la logica propria dei libri: capitoli, paragrafi, indici, bibliografia, riferimenti incrociati, note e citazioni, tutto a portata di un semplice comando, senza che nessuno debba preoccuparsi dei dettagli visuali. Citando a memoria lo stesso Lamport, “se TeX è una Ferrari, LaTeX è una comoda station wagon che però nasconde sotto il cofano un motore Ferrari”. Sfido chiunque a trovare nel mondo un matematico (o un fisico o un astrofisico o un biologo) che non usino correntemente questo sistema. Le stesse riviste scientifiche esigono di ricevere gli articoli pronti per la stampa in  LaTeX, e forniscono agli autori degli appositi formati che trasformano il manoscritto nelle belle colonne di testo dei journals.

Per inciso bisogna ricordare che lo stesso Jobs, quando nei primi anni ’90 fondò la Next, inserì nel suo computer rivoluzionario una versione completa di TeX e LaTeX, naturalmente a modo suo, ossia la migliore possibile.

Lavoro, passione, generosità che non hanno portato denaro nelle tasche degli autori, se non per i diritti dei loro libri. Infatti TeX, LaTeX e tutti i programmi collegati sono distribuiti con licenza aperta: chiunque può utilizzarli liberamente, copiare, modificare, aggiungere, adattare alle particolari esigenze di nicchie più o meno nutrite. Esistono formati e famiglie di caratteri (font) per scrivere musica, arabo, ebraico, aramaico, per i simboli chimici, per l’elettronica, per tutte le lingue orientali, per il greco antico e moderno, scaricabili liberamente dalle banche dati. E qualunque computer va bene, anche il più obsoleto pc di quindici anni fa, secondo la logica dell’essere “device independent”, ossia indipendenti dal dispositivo, ma anche dal sistema operativo e dagli interessi del mercato.

Un caso tipico nel quale, dato che nessuno ci guadagna, ci guadagnano tutti. (MrX)

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