linus-7704-02Non provo mai nostalgia, non certo per i “bei tempi” o per i “miei tempi”. Ma oggi, sfogliando una copia di Linus del 1977 ho provato dolore, come quello che si può provare guardando la vecchia foto di una “quasi” fidanzata con cui non si è stati mai: una cosa antica, possibile allora ma perduta per sempre. È  dolore per la perdita di un periodo storico che si è bloccato a metà ed è rimasto laggiù, col partito (si chiamava così, scritto minuscolo e senza altre specificazioni) che aveva “quasi” raggiunto il traguardo, con il femminismo, le conquiste sociali, le lotte sindacali, il diritto allo studio, le 150 ore di scuola serale per i lavoratori, le mille assemblee con i milioni di sigarette, le manifestazioni con gli striscioni, la borghesia piccola piccola che si sentiva alle corde e reagiva con la paura. È stato forse l’ultimo periodo che conosco nel quale la parola, detta o scritta, aveva la sua dignità. Si andava, almeno apparentemente, verso qualcosa.

Il ’68 ormai lontano aveva creato una generazione strana, forse piuttosto povera di ironia ma convinta che la cultura avesse importanza: per questo si leggeva molto, si andava molto al cinema e se ne discuteva, si leggeva anche tra le righe dei versi delle canzonette, in cerca dell’impegno o del disimpegno. O eri dentro, o eri fuori. Ma quella del ’77 era la nuova generazione, che oltre a tutto ciò si voleva anche riprendere il gusto della risata, dello sberleffo, della mascherata. Quelli del ’77 si volevano liberare dal muso togliattiano, volevano anche poter urlare “scemo, scemo!!” all’oratore di turno, e fargli la danza degli indiani metropolitani.

Certo non erano anni belli, quelli, c’era la lotta armata per le strade, c’erano gli odiati “celerini” in tenuta da sommossa che sparavano proiettili di gomma per disperdere le manifestazioni, c’era anche sangue. Anche prima ce n’era stato con le terribili stragi, ma adesso stava capitando qualcosa di nuovo: erano le stesse ali dei movimenti che cominciavano a far sul serio con la violenza. Era il terrorismo della guerriglia. E quella è una storia che conoscono tutti.

Ma tornando al fascicolo di Linus che ho per le mani, aprile 1977, trovato in una bancarella, mi sembra di rimettere piede dopo tanti anni in una casa dove tutto si è fermato. Oreste del Buono col suo editoriale “nella misura in cui…”, casualmente l’ultimo, molto pessimistico, della sua carriera di direttore, la redazione tutta femminile (tutta!), le lettere che da sole fanno letteratura, e tutto il resto che fa pensare a un percorso difficile, faticoso, ma ormai avviato. Senza parlare ovviamente delle strisce comiche che ospita, i Peanuts, Doonesbury, Feiffer, Corto Maltese eccetera.

Linus entrava nelle case insieme all’Unità, al Manifesto e all’Espresso, ed era la parte satirica ma non troppo, leggera ma non troppo, dell’informazione e del dibattito politico. Corrispondeva vagamente al concetto di “comune” come la si interpretava allora: una convivenza tra persone di idee differenti, formazioni differenti, ma un’unica base democratica e una tendenza al rispetto di regole non scritte, per esempio quella di evitare l’insulto. Come sappiamo le comuni non hanno mai funzionato, e forse è questa la causa che ha chiuso anche quel periodo.

Ecco, il 1977 è un libro di promesse che non verranno mai mantenute, di azioni cominciate, germogli che si sono seccati, strade che improvvisamente sono crollate trascinando tutto nel fiume. Questo è il motivo del dolore. E mi chiedo sempre quanto io stesso sia stato responsabile nel mio piccolo di tutto ciò. (L. M.)

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