musica-amazzoniaDurante la stesura del libro Doppio sei, che tratta delle fortune che hanno portato la Terra ad essere un pianeta abitato, mi sono occupato anche dell’evoluzione umana. Poche considerazioni che servono a spiegare il meccanismo del vantaggio evolutivo: ogni mutazione casuale che provoca un miglioramento viene premiata dall’evoluzione e si propaga alla discendenza; viceversa ogni mutazione che provoca un peggioramento si traduce in un ramo secco. Per esempio individui più resistenti al freddo, con una maggiore abilità manuale, con una migliore resistenza rispetto a certe malattie, tutti questi hanno maggiori probabilità di avere discendenza sana e longeva, e “vincono” rispetto agli individui che non hanno sviluppato queste caratteristiche. È un meccanismo che si sviluppa nei milioni di anni della vita sulla terra, e ha portato tra l’altro alla specie umana attuale, nel bene e nel male. Quindi, ogni conquista si tiene solo se ha un vero vantaggio evolutivo. Questo vale chiaramente per la posizione eretta, per gli organi della fonazione, e prima ancora per il pollice opponibile. Ma… e la musica? Perché abbiamo la musica?

Occorre dire che la cosa mi ha sempre incuriosito. Perché mai l’uomo possiede questo innato istinto musicale? Ci deve essere un vero vantaggio evolutivo nel possederlo, altrimenti certe comunità, sviluppatesi indipendentemente da altre, potrebbero non averlo. Avete mai visto una tribù aborigena, una comunità di indios dell’Amazzonia che non abbia una qualche tradizione musicale? Perché tutti fanno uso della musica, del ritmo, della danza? Semplice: perché tutti gli altri, quelli che non ne facevano uso, si sono estinti. Tanto era lo svantaggio.

Molte persone che conosco sanno quante volte ho portato la discussione su questo argomento, sperando di avere un’illuminazione. Ho letto numerosi libri che trattano di musica, tra cui il poderoso L’istinto musicale di Philip Ball (Dedalo 2010), altri testi sul cervello umano, che sanno indicarti esattamente dove si trovano i centri musicali nell’encefalo ma non perché stanno lì; e ancora libri sull’evoluzione, sull’etnografia di varie popolazioni umane e così via. La migliore spiegazione, ingenua ma dolcissima, l’ho trovata in un libro di S. Pinker (How the mind works, Norton 1997):

La musica è uno zuccherino uditivo, una raffinata confezione creata per solleticare le terminazioni sensoriali di almeno sei delle nostre facoltà mentali. [...] Rispetto al linguaggio, alla vista, al ragionamento sociale e alle conoscenze fisiche, la musica potrebbe scomparire dalla nostra specie lasciando virtualmente intatto il nostro stile di vita. La musica sembra soltanto una tecnica per procurarsi piacere, un coctail di elementi ricreativi che ingeriamo attraverso l’orecchio per stimolare simultaneamente una massa di circuiti del piacere.”

Probabilmente è questo che si vede quando si fanno quegli esami del cervello dopo averlo stimolato in vario modo, mostrando le zone che vengono via via attivate. L’ascolto della musica deve creare una vera e propria orgia delle varie circonvoluzioni della nostra corteccia. A mio avviso però i conti non tornano con il vantaggio evolutivo. E poi, diciamocelo, un conto è ascoltare musica, un altro conto è farla. E per farla dobbiamo impararla, e provate a chiedere a un musicista se sia facile e gratificante studiare un qualsiasi strumento o il canto: ore e ore di prove frustranti, piccoli progressi per volta ma grandi soddisfazioni alla fine. Anche nelle tribù primitive, sono pochi quelli che fanno la musica, tanti quelli che la godono. Questione di talento. Dunque non basta l’istinto, ci vuole anche il talento: bisogna essere portati.

neanderthal-flute-bwTornando alla citazione di Pinker di qua sopra, vorrei chiedergli: cosa vuol dire “creata”? e da chi? e poi gli chiederei se è proprio sicuro che potrebbe scomparire lasciando intatto il nostro stile di vita. Non credo proprio, anzi più indago su questa faccenda più mi convinco che senza la musica non potremmo forse neppure parlare di “stile di vita”. Tant’è vero che le popolazioni primitive prive del senso musicale si sono tutte estinte. E che ci sono strumenti musicali rappresentati in ogni cultura, anche quelle delle pitture rupestri della preistoria. Anche l’uomo di Neanderthal suonava i suoi strumenti, pifferi e tamburi, e probabilmente cantava col suo vocione. Il fatto che si sia estinto dipende da altri fattori, e noi Sapiens ne sappiamo qualcosa.

Un’amica tempo fa mi suggerì una motivazione bellica: ritmo, tamburi, canti e marce propiziatorie potevano servire per caricare un esercito di energia combattiva (vedi la famosissima danza dei Maori), e questa sarebbe potuta essere la motivazione per un premio evolutivo. Insomma vince chi riesce a caricare meglio i propri soldati. Plausibile, può darsi che abbia contribuito, anche se da solo mi pare un po’ deboluccio.

A proposito di deboluccio, per un periodo mi affezionai a un’idea stravagante quanto priva di qualunque base scientifica: e se la musica fosse arrivata da un mondo alieno? se fosse stata il codice di un linguaggio complessissimo di cui poi l’uomo ha perso la chiave? Immaginatevi un linguaggio in cui l’informazione possa essere trasmessa in modo seriale come una melodia, ma anche parallelo come un’armonia: tante note suonate insieme, con tanti timbri differenti potrebbero in un solo istante darti una quantità di informazioni che sarebbe impossibile trasmettere col linguaggio parlato, che è, lo sappiamo, seriale: una sillaba dopo l’altra, una parola dopo l’altra. Dunque secondo questa idea il nostro cervello sarebbe attrezzato per decodificare un superlinguaggio alieno fatto di note, intervalli, ritmi e timbri, armoniche e interferenze, ma avendone perduto la chiave per un qualche accidente, ora si accontenterebbe di usare tutto ciò per giocarci e per provare piacere. Devo confessare che provai anche a scrivere un racconto di fantascienza su questa idea, ma poi lo abbandonai. Lo lascio a qualcuno che si voglia cimentare, basta che dichiari da qualche parte che l’idea è mia.

Contemporaneamente, essendo interessato per altri versi al linguaggio, mi sono trovato a leggere qui e là e a collezionare libri sull’invenzione della scrittura, sulla tradizione orale e tutto il resto. Anche nell’ultimo libro che ho letto, il bellissimo Papyrus (Irene Vallejo, Bompiani) che parla di libri, ho trovato numerosi spunti per meditare sull’evoluzione umana, questa volta ragionando sull’aspetto culturale: le popolazioni che hanno sviluppato per prime un alfabeto utilizzabile dalle masse hanno conseguito un vantaggio evolutivo. Le grandi biblioteche, come quelle di Alessandria e di Pergamo lo dimostrano: chi possedeva i libri possedeva la conoscenza, e dalla conoscenza ricavava il potere. Semplice, no? Papyrus non parla di musica, ma è stata la sua lettura a mettermi sulla strada giusta per risolvere il mio annoso problema. La domanda è: quando è nata la scrittura? Cosa c’era prima?

La scrittura più antica che si conosca risale a circa 3000 anni prima di Cristo, ossia cinquemila anni fa, lustro più, lustro meno. Come era l’uomo di cinquemila anni fa? Era come noi, anzi: noi siamo come lui. L’uomo di cinquemila anni fa proveniva da una storia evolutiva di centinaia di migliaia di anni, esattamente come siamo noi ora. Non sono poi tante le generazioni che ci separano dalla civiltà minoica, che sviluppò delle interessantissime scritture non geroglifiche, forse le prime sillabiche. Ma molte, molte meno sono le generazioni che ci separano dall’inizio dell’uso della scrittura per gli usi che conosciamo, ossia per fare libri: libri di storia, romanzi, letteratura varia, libri di cucina, manuali militari eccetera. Per vedere circolare queste opere bisogna arrivare quasi a ridosso dell’era cristiana, diciamo qualche secolo prima di Cristo. E prima, come si faceva? Si viveva forse nella totale ignoranza? Si viveva come gli animali, basandosi sull’istinto e sull’olfatto? Come si faceva a educare i propri figli sulle mille cose della vita, sui cibi commestibili e quelli velenosi, sulle stagioni per la semina e per la raccolta dei frutti, come si raccontava la storia degli antenati, come si suscitava l’orgoglio tribale per poter costruire eserciti di difesa e di offesa? Insomma come poteva procedere la cultura? Semplice: per tradizione orale.

Centinaia di migliaia di anni di tradizione orale devono aver portato a un’estrema specializzazione del cervello umano verso questa pratica: chiaramente il linguaggio fonetico, fatto di suoni complessi, articolati e modulabili in altezza, timbro, potenza. Ma non basta: occorreva sviluppare capacità mnemoniche spaventose per tenere a mente, generazione dopo generazione tutto lo scibile umano che via via aumentava. Certo ci si poteva aiutare con l’attività pittorica: dipingere una scena di caccia in una grotta ben protetta poteva servire per tramandare la particolare tecnica di quella caccia. Ma per il resto, le storie da raccontare, le tradizioni religiose da perpetuare, le istruzioni per raggiungere luoghi lontani o per costruire un’imbarcazione, servivano persone di talento. Grande memoria e un’ottima tecnica per mantenere i ricordi. In questa tecnica, a mio avviso, entra la musica. O almeno il ritmo, la poesia, la rima, che poi sono i parenti stretti, nel linguaggio, dei suoni musicali.

Si dice che gli antichi aedi, i cantori delle gesta di Gilgamesh, dei poemi biblici e degli eroi epici, fossero in grado di ricordare decine di migliaia di versi, e ripeterli nelle piazze accompagnandosi con strumenti musicali o con il semplice ritmo di un bastone su un tamburo. Questo tra l’altro fa capire come, in letteratura, la poesia sia nata molto prima della prosa, e come il talento musicale fosse indispensabile, oltre agli altri attributi di questi personaggi speciali, per rendere possibile la conservazione e la catalogazione di decine di opere orali. Quegli uomini nelle piazze erano le vere e proprie biblioteche circolanti, e chi si fermava ad ascoltarli trovava facile ricordare i suoni insieme alle parole, così come noi oggi ricordiamo più facilmente i versi di una canzone che le parole di un discorso. Anche la danza ritmica aiutava, specie per tramandare riti sacri e liturgie. Provate ora a togliere tutto questo. Lo chiederei al signor Pinker della citazione di sopra.

L’Iliade è una di quelle opere che hanno attraversato il confine tra la tradizione orale e la scrittura. Se non fosse stato per la scrittura ora probabilmente sarebbe persa, come chissà quante altre opere di allora, ma prima di diventare una serie di rotoli di papiro fu declamata in tutto il mondo ellenistico e divenne tradizione popolare di molte città, con poche variazioni. Il primo verso dell’Iliade chiede a una dea di cantare. E, notiamo bene, la dea era la musa Calliope (dalla bella voce) ed era nel recinto delle muse che si conservava e si produceva la cultura: da questa potente etimologia nasce la musica ma anche il museo.

Per tornare alla mia strampalata idea della musica come retaggio di un mondo alieno: pensandoci bene, non è forse alieno un mondo nel quale non c’è alcun modo per tramandare la conoscenza se non attraverso la parola “alata”? Un mondo di grande cultura, dove ci sono architetti, sacerdoti, medici, commercianti, poeti. Certo, potevano aiutarsi con il disegno, e infatti le prime forme di proto-scrittura sono elenchi di oggetti, tutti raffigurati con segni ideografici di chiaro significato: capi di bestiame, schiavi, frutti. Ma l’informazione “teorica” poteva venire solo narrata, anzi: cantata.

Ai tempi di Socrate c’era ancora un chiaro ricordo di quei tempi, e un certo rimpianto da parte degli uomini di cultura. I libri arrivavano e spazzavano via la tradizione orale:

È oblio ciò che causeranno le lettere a chi apprenderà a usarle, perché si inizierà a trascurare la memoria; fidandosi del libro si giungerà ai ricordi dall’esterno. Sarà dunque una parvenza di saggezza, non la sua vera essenza, ciò di cui la scrittura doterà gli uomini…

Il libro dunque rappresentava lo spauracchio dei “ricordi dall’esterno”, mentre fino a quel momento un individuo viaggiava con tutto il suo bagaglio di ricordi “dall’interno”. Somiglia molto alla paura che abbiamo ora, che internet tolga alle giovani generazioni la capacità di leggere, dato che qualunque informazione arriva immediatamente da Google.

L. Mureddu

 

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