collodiDovendo scegliere tra i suoi due padri forse Pinocchio avrebbe qualche difficoltà, tra quello libresco che conosciamo, il vecchio falegname povero ma onesto, e quello umano, uno scrittore ugualmente squattrinato, ma forse un po’ più spregiudicato e per giunta, giocatore d’azzardo. Che la vita del burattino sia dipesa per tre anni da questo individuo geniale ma inaffidabile, e che poi alla fine se la sia cavata egregiamente come sappiamo, è stata veramente una grande fortuna. Sembrerebbe infatti che l’autore di tanti libri edificanti, da Giannettino a Minuzzolo, ex patriota mazziniano, fosse un uomo irrequieto, dalle fortune alterne e, come tanti scrittori, sempre a caccia di un buon ingaggio per sbarcare il lunario. L’occasione che fece nascere Pinocchio fu l’uscita del primo numero del Giornale per i bambini, supplemento domenicale del Fanfulla. Ecco la storia, tratta da un articolo di Marino Parenti in occasione del cinquantenario della morte di Collodi (“Sapere”, Vol. 11, 1940, p. 48-segg.):

 “S’era sul finire della primavera del 1881. Ferdinando Martini preparando, con l’aiuto di Guido Biagi, l’uscita del Giornale per i Bambini, cercava di accaparrarsi la collaborazione delle migliori penne dell’epoca: e fra queste di Carlo Collodi. Particolarmente insistente era stato il Biagi, che ben conosceva i frequenti disagi economici dello scrittore fiorentino; ma non gli riusciva di ottenere risposta, tanto pigro e ribelle era il Collodi, tormentato dall’invincibile vizio del gioco.

Fu proprio in seguito ad una nottataccia di sfortuna più cocciuta del solito che questi si decise a trar profitto dalle proposte degli amici, scrivendo quattro cartelle d’una Storia di un burattino.

Al Biagi le accompagnava poi con poche righe, tanto laconiche quanto espressive: «Ti mando questa bambinata, fanne quel che ti pare: ma se la stampi, pagamela bene, per farmi venir voglia di continuare».

[In quella prima puntata] il racconto non andava oltre la litigata di Geppetto e Mastr’Antonio nella quale il primo accenna appena al proposito di fabbricarsi un «burattino meraviglioso che sappia ballare, tirar di scherma e fare i salti mortali. Con questo burattino voglio girare il mondo, per buscarmi un tozzo di pane e un bicchiere di vino» (qui sembra proprio Collodi che parla [n.d.r.]).

La collaborazione dovette, senza dubbio alcuno, esser generosamente retribuita dal Martini se il Collodi, nella seconda puntata, decise di impegnarsi a fondo mettendo subito Geppetto di fronte al nome da attribuire al suo burattino: «Che nome gli metterò? Lo voglio chiamar Pinocchio. Questo nome gli porterà fortuna».

Ma il Collodi non poteva ancora valutarne il successo. Così le puntate seguivano un pochino gli alti e bassi della sua borsa; e quando all’alba, uscendo dalla bisca di Palazzo Davanzati, sentiva tintinnare qualche soldo nelle saccocce, dava una scrollata di spalle; e di pigliar la penna in mano non se ne parlava se non quando si sentiva più leggero.

Un periodo di fortuna dovette infatti seguire alle prime puntate poiché per due numeri di Pinocchio non se ne parlò più e i bimbi, che già si affezionavano al loro personaggio, dovettero attendere tre settimane prima di far la conoscenza col grillo parlante e di piangere sulle povere estremità del burattino, che s’era addormentato con i piedi nel caldano.

Da allora il racconto procede irregolarmente, a sbalzi, e i brani successivi appaiono nei numeri 7, 10, 11, 16 e 17; il quale ultimo, uscito il 27 ottobre del 1881, lasciava i giovani lettori nell’incertezza che Pinocchio potesse essere raggiunto dai briganti: «E già si figurava che fossero bell’e affogati, quando invece, voltandosi a guardare, si accorse che gli correvano dietro tutti e due, sempre imbacuccati nei loro sacchi e grondanti acqua come due panieri sfondati».

Il punto era uno dei meno indicati per una lunga sospensione e i piccoli si tormentavano sulla sorte del povero burattino; e tempestavano di lettere la direzione, che le girava all’autore. Il quale, in tutt’altre faccende affaccendato, parve commuoversi per un momento a quelle tenere voci desolate; e il Martini, rassicurava i lettori nel numero del 10 dicembre: «Il signor C. Collodi mi scrive che il suo amico Pinocchio è sempre vivo, e che sul conto suo potrà raccontarvene ancora delle belline. Era naturale: un burattino, un coso di legno come Pinocchio ha le ossa dure, e non è tanto facile mandarlo all’altro mondo. Dunque i nostri lettori sono avvisati: Presto presto cominceremo la seconda parte della Storia di un burattino intitolata ‘Le Avventure di Pinocchio’».

 Ma fu un fuoco di paglia; e prima che la «bella bambina dai capelli turchini» intervenisse con la sua nota di dolcezza, si dovette aspettare fino al 16 febbraio del 1882, col n. 7 del nuovo anno.

E ancora un colpo mancino della sfortuna costringe il Collodi a piegar la testa sui fogli; e tale colpo fu, che per sei settimane non si ebbero interruzioni. Per ricollegarsi alle ormai lontane puntate, e per giustificarsi anche, il Collodi prima di riprendere il discorso, pose un Preludio, animato da una iniziale figurata nella quale Pinocchio penzola impiccato da un T a mo’ di forca, che anticipa la triste ventura narrata nel capitolo che segue. Dice il Preludio: «Tutti quei bambini piccoli e grandi (dico così, perché dei bambini, in questo mondo ce ne sono di tutte le stature) ripeto, dunque, tutti quei bambini piccoli e grandi che volessero per caso leggere le Avventure di Pinocchio, faranno bene a ridare un’occhiata all’ultimo capitolo della Storia di un burattino uscito nel numero 17 di questo stesso giornale, 27 ottobre 1881. Lettore avvisato, mezzo salvato».

Alla fine di marzo vi fu una nuova interruzione che costrinse i lettori a saltare di pie’ pari tutto il mese di aprile prima di poter riprendere la lettura. Poi le puntate si trascinano ancora per sei settimane, fino al n. 22 del 1° giugno 1882.

Ma il Collodi non ne ha più voglia; forse pensava di smetterla e di abbandonare giornale e burattino; forse la lotta interna fra la voglia di metter finalmente la testa a partito e il fascino del gioco e della vita notturna, lo estenuava, gli toglieva la possibilità di affezionarsi a quella sua creatura, che pur gli aveva dato qualche soddisfazione e che doveva riservargliene di grandissime.

Forse era soltanto un senso di ribellione ad ogni vincolo di scadenza, com’era sempre stato ribelle, da impiegato di prefettura, agli orari e alle gerarchie.

Un bel giorno, fra le numerose lettere che gli pervenivano, una ne giunse al Collodi di un bimbo romano che sembrava condensare il vivo desiderio di tutti i bimbi d’Italia:

«Gentilissimo signor Collodi, — scriveva — il suo Burattino, superiore a tutti i burattini del mondo, perché oltre a divertire istruisce, ci ha messo in uzzolo di sentire la continuazione senza lunghi intervalli. La prego adunque, anche a nome del babbo e della mamma e dei miei compagni di scuola, a scrivere più spesso ed a far sì che il Pinocchio trovi in ogni numero del nostro giornale il posto riservato che si merita».

Il Collodi ebbe evidentemente rimorso di aver sollevato tanto entusiastico interesse in quelle piccole anime ingenue, senza soddisfare fino in fondo la loro legittima curiosità; e ripresa in mano la penna volò d’un fiato verso la trionfale conclusione: nel numero 4 dell’anno III, Pinocchio, diventato bambino, chiederà al padre la ragione di quel cambiamento per averne da Geppetto, quasi una morale, quella saggia attestazione che «quando i ragazzi, di cattivi diventano buoni, hanno la virtù di far prendere un aspetto nuovo e sorridente anche all’interno delle loro famiglie».

Qualche mese dopo l’editore Paggi faceva rinascere Pinocchio in volume e il pittore Mazzanti, riprendendo la figura appena accennata dall’anonimo disegnatore del Giornale per i bambini dava al burattino la sua fisionomia definitiva: quella che nessun illustratore, da allora in poi, ha più avuto il coraggio di modificare, da Chiostri, a Mussino, ai Cavalieri, a tanti e tanti altri ancora.”

(L.M. 04/17)

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